Bellezza e atrocita umana. Dialoghi di persone ebree ad Auschwitz

Auschwitz: siamo alla fine del 1944, le speranze degli ebrei e degli internati nel lager nazista sono legate alla risposta e all’azione di Sovietici, Americani e Inglesi. Tutti si chiedono quando avrà fine questo disastro umano. Due uomini in partico­lare iniziano a parlare su quanto possa accadere.

Il primo esordisce così: «Caro compagno di sof­ferenze, noi poveri esseri umani siamo fragili, siamo esseri corruttibili, esseri imperfetti. Ma come può la bestia che sta nell’uomo aver potuto solo pensare, poi, drammaticamente realizzare, i campi di stermi­nio?».

Il secondo internato risponde mestamente: «For­se proprio per questa sua debolezza, manchevolez­za, l’uomo, che è una bestia, ha creato il lager. Au­schwitz non è un incubo quotidiano, è realtà, mesta, feroce, ingiusta. Gli incubi passano, Auschwitz re­sterà per sempre. Non si può descrivere altrimenti questo fatto, se non come un dato di fatto. Noi ne siamo i testimoni: siamo i testimoni di un crimine contro l’umanità e contro il valore di essa. Siamo esseri che sognano, ridono, piangono, realizzano. Eppure questi nazisti, abbagliati dalle promesse di Hitler, dal suo fanatico vaneggiare teorie contro la razza ebrea e l’opposizione intellettuale, non hanno pietà, non sanno cosa vuol dire restare umani».

Il primo dialogante ascolta mentre guarda con in­tensità un povero ragazzo con handicap essere deri­so e preso a botte da un nazista: scende una lacrima sul suo viso. E piangendo risponde all’altro interna­to: «Guarda, anche per le persone più deboli non hanno pietà. Giocano con la nostra vita per paura di contaminare la razza. La mostruosità di tutto ciò sta nel fatto che non ci è dato reagire: siamo come scheletri che camminano su e giù senza speranza, de­stinati a una fine crudele, ma soprattutto indegna. Per queste bestie non siamo degni di vivere, siamo dei contaminatori: abbiamo la peste in noi, la dura colpa di avere uno spirito libero. E quel povero ra­gazzo, picchiato assurdamente, è forse uno dei più genuini qua tra noi, uno dei buoni. Perché gli esseri buoni come lui, innocente e ingenuo, devono subire queste atrocità?».

Allora il secondo con voce rauca, tristemente, re­plica: «Non lo so. L’umanità è in grado di arrivare a toccare la bellezza, realizzare opere magnifiche, sta­tue fatte per essere monumenti per la nostra condi­zione di essere imperfetti, ma perfettibili. Auschwitz ci dimostra che l’uomo è arrivato a concepire e rea­lizzare il concetto di atroce. Non siamo valutati per quello che realmente siamo, ma per diktat e regole imposte dall’alto, che però sono accettati supina­mente dai nazisti. Un giorno, spero, ci sarà un’analisi storica approfondita su questo nazismo e la condan­na dovrà essere unanime. Non è concepibile pensare che ci possano essere sostenitori di tutto ciò».

Il primo interlocutore risponde: «Non avremo il tempo neanche di sapere se il nazismo vincerà o per­derà: saremo già stati uccisi, liquefatti, bruciati vivi, morti a causa di torture e violenze. Non so se esiste Dio, visto tutto ciò. Ho dubbi sul senso della mia vita: come è possibile esistere solo per soffrire? Non c’è un disegno divino che possa produrre Giustizia e Libertà?».

Allora il secondo interlocutore afferma cruda­mente: «Non posso affermare l’esistenza di Dio. Non ne ho le possibilità. Non so neanche se il Dio che permette tutto ciò sia realmente esistente o se deve condannarci a restare umani per poter salire al cielo. I nazisti non hanno sembianze umane, sem­brano venuti da un altro mondo per reprimere la no­stra bellezza, la forza di libertà e giustizia, delle quali siamo ritenuti proprio da loro i nemici più acerrimi. Di una cosa sono certo: che l’uomo è in grado di fare la storia e le azioni secondo il proprio volere e dovere. Questi pazzi vogliono e devono estirpare la nostra persona e personalità. Ci vogliono rendere giocattoli per i loro sfoghi più repressi, uccidere con la lucidità di un cacciatore. Siamo prede, esseri de­stinati alla morte, non siamo umani».

Il primo allora si trova sconcertato da tutto ciò e risponde: «Loro, semmai, non sono umani: hanno tradito il vincolo di fedeltà alla natura umana, che è sociale e socievole. Invece di Aristotele vince Hob­bes. Vige la regola dell’homo homini lupus. Eppure anche per Hobbes ci vuole un mondo regolato da un grande potere. Ma qui vedo solo caos: l’armonia che dovrebbe contraddistinguere l’umanità è svani­ta completamente. L’uomo di oggi ha scoperto cosa vuol dire paura: noi ne siamo i testimoni».

M. Penzo